E’ buio il sottobosco, piccoli tralci le si avvinghiano alle
gambe. La foresta decresce alle dimensioni del suo corpo
Non è più oggi ma il tempo che i cigni cantavano. Cadeva nel
sogno scivolando sull’erba umida
Venne il dolce giorno dei morti: uscì di notte dal bosco per
entrare nel quadro della malinconia
Nella gloria del sole sentiva evaporare il fiato di animali
docili. La sera i cristalli tintinnavano al passo dei fantasmi.
Nel dormiveglia sogna di avere capelli lunghissimi, di
scendere gradini sommersi dal mare, ascolta dei versi che le sembrano suoi
finchè non riemerge sentendosi precipitare.
Ci sono intervalli opachi in cui deve muoversi, dare
spiegazioni. Annaspa come un automa per tornare al puro essere in penombra, o
nella luce piena.
Ricorre ad amuleti, puntella il suo mondo con ninnoli fuori
moda, ciarpame inutile, bizzarro
Costella il sentiero di molliche, spera che segnino la
strada o tengano lontano mostri e belve
Così il rimedio stesso è un passo verso il crollo, verso lo
smarrimento (cambia idea o direzione, non sa decidere, si scoraggia)
Le tocca badare a cose che si inceppano o vanno troppo
svelte. Cerca la misura in una musica o nelle sue parole.
Quando sta per rompersi si corazza di muschio o si benda in
lungo abito verde di velluto.
Tutti l’avevano preceduta nella corsa a perdere il senno e s’erano
dichiarati deboli, sconfitti.
Le rimase perciò solo un posto fra i saggi e i forti,
inadatto, privo di protezioni, esposto alle intemperie, al caos
che la travolse.
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